Storia di Alberto e Antonia

Alberto nasce nel maggio 1963 da Rita e Mario e, a causa di gravi problemi di ossigenazione alla nascita, sarà gravemente disabile per tutta la vita: non ha nemmeno l’uso della parola e ha bisogno di assistenza totale e continua.

Ciononostante i genitori decidono di non affidarlo a un istituto ma di crescerlo a casa.

Di lui, oltre a mamma e papà, si occupano i nonni materni e Antonia, la sorella appena ventenne di Rita, la quale lavora come impiegata. La ragazza ha un’istruzione al di sopra della media, è una delle poche donne che in quel periodo lavorano, ma è molto disponibile anche nell’aiutare la sorella nella cura del piccolo.

A solo un anno dalla nascita di Alberto la mamma muore d’infarto, aggiungendo alla già pesantissima situazione del bambino anche la mancanza di cure materne.

Con la morte di Rita, l’impegno di Antonia aumenta. Mario, vedovo a soli 26 anni, viene anch’egli da un’esperienza di orfano allevato dai parenti; per non gravare sui suoceri e sulla cognata ritiene che la soluzione migliore per suo figlio sia ricoverarlo in un istituto.

I nonni e la zia del bambino però si oppongono offrendosi di condividere la cura di Alberto: il vivere tutti nella stessa casa (una villetta suddivisa in piani) rende possibile questa soluzione e si forma quindi una famiglia “allargata”, unita per accudire il piccolo.

Il padre regge alla situazione per 6/7 anni ma poi decide di andarsene e Antonia, per esser libera di provvedere in tutto al nipote, ne acquisisce la patria potestà e la tutela lasciando così il cognato libero di costruirsi un’altra vita.

Dopo un paio d’anni, una nuova disgrazia colpisce la famiglia privandola, nell’arco di nemmeno un anno, della presenza di entrambi i nonni; ora Antonia è sola, con Alberto da accudire e il proprio lavoro da gestire.

Il suo datore di lavoro, per aiutarla, le da la possibilità di lavorare da casa e così passano ancora una decina d’anni; poi, le aumentate esigenze di Alberto la costringono a lasciare il lavoro per dedicarsi esclusivamente a lui.

Unici supporti sono lo zio Natale, il cugino Ennio, alcuni amici e la disponibilità di un centro diurno che accoglie Alberto per alcune ore. Tuttavia anche queste ore Antonia le dedica a lui, sia per portare avanti la casa sia per il disbrigo delle infinite e complesse pratiche burocratiche inerenti alla vita di un disabile.

La donna raccomanda al cugino Ennio di assumere lui il compito di tutore nel caso lei non fosse più in grado di accudire il ragazzo.

Col trascorrere del tempo la disabilità di Alberto si aggrava e Antonia inizia ad avere qualche problema di salute fino a che, nel marzo 2011, improvvisamente viene a mancare.

Ora la responsabilità di provvedere al ragazzo passa al cugino Ennio, che nel testamento Antonia indica come tutore chiedendogli di non essere un tutore legale (per quel ruolo va bene anche un avvocato!) ma di essere “tutore del cuore”, ed esprime le sue volontà, tutte ispirate all’amore per Alberto e finalizzate alle migliori cure possibili per lui.

Ennio scopre, sistemando le cose della cugina, che da parecchio non prendeva regolarmente le medicine che il dottore le prescriveva: trova infatti in un cassetto parecchie confezioni di medicinali non usati. Oltre a questo viene a sapere che lo stato di salute e la disabilità di Alberto stavano peggiorando.

Queste due circostanze fanno pensare che Antonia ritenesse che la sua vita senza il nipote non avesse alcun senso e che desiderasse andarsene prima di lui.

Ennio si adopera in tutti i modi affinché Aberto riceva l’assistenza migliore, anche grazie all’aiuto dei servizi sociali di Monza.

Ma Alberto cessa di vivere poco dopo la morte di Antonia: il giovane tragicamente colpito dalla malattia e la donna che gli ha interamente dedicato la sua esistenza si ricongiungono dopo soli sette mesi.

A chi scrive piace pensare che questa non sia la fine, ma l’inizio di una “vita” con un legame, se possibile, ancora più stretto fra i due protagonisti; che la loro vita non sia stata priva di felicità e che questo essere assieme per l’eternità sia un giusto coronamento alla vicenda dell’immenso amore di una madre per il figlio.

Morto Alberto, Ennio, pur non avendo disposizioni specifiche nel testamento ma sapendo che la cugina avrebbe voluto così, si adopera affinché i beni di Antonia siano utilizzati a scopo benefico.

Un giorno, per un caso fortunato come a volte nella vita succede, Ennio incontra Maurizio, un ex collega di lavoro che non vedeva da anni, e gli chiede che cosa fa ora che è in pensione.1186313_10201403479947410_1191175612_n

Quest’ultimo risponde di essere un volontario di Croce Rossa ed Ennio, interessato, chiede se in questa attività ci siano esigenze particolari: Maurizio, più che altro per fare una battuta, butta là: “Si, un’ambulanza!”, ed Ennio pronto ribatte: “Si può fare”.

Questo è ciò che è accaduto.

1233556_10201403455266793_1644615985_nCome è noto, ogni ambulanza che viene regalata riporta i nomi dei donatori: su quella donata da Ennio la frase scritta è: Ad Alberto e a sua mamma Antonia che ci hanno indicato la strada

Una frase che sarà un monito da ricordare ogni qual volta si utilizzerà quell’ambulanza per prestare soccorso a qualcuno.

Grazie di cuore Ennio per aver condiviso con noi questa meravigliosa storia di vita, piena di sofferenza ma altrettanto ricca d’amore.

Grazie per la tua bontà di allora nell’essere di sostegno e aiuto per i tuoi cari e per la tua generosità oggi nel farci questo prezioso dono carico di significato, che ci permette di fare di più e meglio nella nostra attività di supporto a chi soffre.

Il Comitato Locale di Muggiò

CROCE ROSSA ITALIANA

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